Le radici di Caprile
In un ritorno al passato vi narro le radici di Caprile, quelle che mi riaffiorano alla mente, avendole vissute direttamente e anche attraverso i racconti di Rodolfo e Roberto Matassa.
Essenzialmente a Caprile vi erano due tipi di persone, gli “GNORI” e gli altri. I primi erano i signorotti, proprietari di terreni egli altri erano tutti quelli che per vivere lavoravano nelle proprietà dei primi. Tra questi signori c’erano i TEMPESTA, in origine Porcelli, che si sono trasferiti a Caprile da S. Donato Valcomino verso la fine dell’ottocento.
La frazione a quei tempi era molto popolosa, e le numerose case che oggi ancora ci sono erano tutte abitate. Poi vi erano le stalle dove potevamo trovare i soliti animali domestici (asini, capre, pecore, ecc.) che servivano sia per i lavori nei campi che per nutrirsi.
Tutto intorno a Caprile, partendo dalla strada pedemontana fino alla cima della montagna vi erano le terrazze costruite con muri in pietra, cosidette “Macere”, e con terreno che spesso era riportato. Queste balaustre in pietra, costruite in modo perfetto, nessuna pietra era fuori posto a parte i vari ingressi per accedere alle terrazze dove coltivare e raccogliere le olive. Vedere queste cose così precise mi fa ricordare il manierismo nel campo della pittura ai tempi di Raffaello, tutto preciso al millesimo. Le terrazze venivano costantemente tenute pulite ed ordinate, anche per favorire la raccolta.
Le zone più fertili venivano coltivate a frumenti e ortaggi anche se erano privi di acqua si sperava nel cielo. L’unica acqua disponibile per uso domestico, veniva prelevata dai pozzi esistenti a valle, i famosi pozzi di Caprile. Altra acqua da bere veniva raccolta dove esiste –LU ORNALE CUPE- verso la cima della montagna,dove si erano formate delle incavature naturali e dal soffitto della caverna sgocciolava acqua pura e fresca pronta per essere raccolta in queste fossette. Oltre alla coltivazione gli abitanti di Caprile, raccoglievano la legna dai boschi esistenti sulla montagna e con i muli e asini veniva portata in paese.
Tutti indistintamente portavano come calzari le famose “Ciocie” .
Da ottobre fino al mese di gennaio inoltrato avveniva la raccolta delle olive, tutte a mano, una alla volta. Queste olive divise in vari proprietari venivano trasportate con cesti caricati sul dorso dei somari oppure in ceste portate in testa dalle donne. Poi portate nei vari frantoi dove venivano ridotte in poltiglia tramite pesante ruote in pietra fatte girare da un somaro. Una volta fatta la poltiglia ,questa veniva pressata da appositi torchi manovrati a mano. Il ricavato era un miscuglio di acqua e olio, quest’ultimo più leggero rimaneva a galla e veniva raccolto con mestolo e rovesciato in appositi recipienti.
Durante la raccolta, echeggiavano sui monti le voci delle donne che cantavano spensieratamente ed i motivi più frequenti erano:
oppure:
O ancora: “Sull’acqua del ruscello si specchiava una bambina…..”
Seppure infreddolite, e stanche per il duro lavoro, queste donne erano piene di gioia quasi a contrapporla alle fatiche di tutti i giorni.
Ringrazio l'artista Kay De Laoutour Scottper avermi fornito la foto e Rodolfo e Roberto Matassa per avermi invogliato attraverso i loro racconti a ricordare quando descritto.
Rocco Tanzilli




